Microfactory?

Ho iniziato ad occuparmi dell’intreccio fra micro impresa manifatturiera e fabbricazione avanzata durante il periodo di ricerca per la mia tesi di laurea, iniziato nell’agosto 2011 e terminata gli ultimi giorni di luglio 2012.
Questo progetto è culminato con l’identificazione di una interessante tipologia di micro impresa.

Ciò che ho riscontrato dall’analisi dei casi studio è che, per tali imprese, saper lavorare la materia con gli strumenti tradizionali (analogici) non è altro che la precondizione essenziale per l’introduzione delle nuove tecnologie (digitali). Da questo sodalizio tra analogico e digitale nascono dunque le microfactory, nuova entità molecolare che costituisce la base per la costruzione di un inedito scenario produttivo locale.Scenario che potrebbe definirsi più propriamente “urbano”, capacità delle imprese di insediarsi all’interno del tessuto metropolitano, fonte di due importanti vantaggi: la cultura che dà vita ai loro prodotti e la prossimità con i loro utenti.

Si tratta di una descrizione capace, appena, di restituire una piccola parte delle potenzialità e della complessità reale (a dispetto di una semplicità apparente) che queste realtà produttive rappresentano. Dunque, a mio avviso, sono due gli elementi, opposti e sinergici, che concorrono a definire l’identità di queste tipologie di imprese.

  1. La matrice artigianale, ovvero l’origine del “saper fare”, che non può prescindere dalla conoscenza dei materiali, dalle tecniche di lavorazione, e dall’acquisizione di una manualità tipica delle competenze di un artigiano.
  2. L’integrazione di competenze tecnologiche avanzate, grazie al rinnovato accesso alle tecnologie di fabbricazione digitale che, nella loro accezione più ampia, comprendono una vasta gamma di sistemi CAD/CAM (laser catter, 3D printer, frese e router CNC), con riferimento alle versioni più compatte “desktop” ed economicamente accessibili.

Questo dualismo, seppur nelle innumerevoli sfaccettature, rappresenta appena il punto di partenza per una più accurata analisi del fenomeno. Con questo, intendo soprattuto che sarebbe di certo un errore guardare all’emergere di queste realtà esclusivamente attraverso il filtro dell’avanzamento tecnologico e della democratizzazione delle tecnologie. Ho visto artigiani di lunga data scuotere la testa alla vista di una piccola CNC come quelle che hanno reso celebri in tutto il mondo i Fab Lab e, congedandomi, indicarmi la loro fresatrice delle dimensioni di un piccolo monolocale, con almeno un ventennio di attività alle spalle. Questa scena, ben impressa nella mia mente, è forse utile per scoraggiare conclusioni sul fenomeno troppo affrettate e posizioni troppo scontate che tradiscono un’impostazione vagamente determinista.

A questo, dobbiamo necessariamente aggiungere il contesto storico, culturale ed economico in cui le microfactory sono immerse, unitamente al loro essere presenti all’interno – e non ai margini – del tessuto urbano. Senza considerare quest’ultimo fattore distintivo, non si potrebbe avere infatti un’idea – per quanto al momento vaga – delle loro potenzialità.
In ultimo, si distinguono dalle imprese manifatturiere ed artigianali tradizionali anche per la capacità di essere culturalmente attraenti per le nuove generazioni.

Il punto di partenza per questo blog – e del progetto che rappresenta – è una sintesi delle cinque caratteristiche elaborate nel corso della mia ricerca attraverso l’analisi dei casi studio, e che trovate qui di seguito.

(1) Una maggiore semplificazione delle singole fasi che compongono i processi produttivi. (2) L’impiego sinergico e diretto di tecnologie di fabbricazione digitali e analogiche – tradizionali e non – ricopre la maggior parte delle fasi di fabbricazione al fine di ridurre drasticamente l’estensione della filiera di subfornitura. Particolarmente rilevante (3) risulta la sostanziale indivisibilità e la compresenza in un unico ambiente delle attività di progettazione, produzione e distribuzione, unita (4) al nuovo rapporto che si innesca con il territorio, e in particolare con il tessuto urbano, poiché il luogo in cui si svolgono le attività produttive non è più relegato ai margini della periferia. Infine (5) l’adozione di un modello di distribuzione basato sulla richiesta diretta dell’utente (on demand).

Punto di partenza, come dicevo, e non certo punto di arrivo. Tutto è ancora da fare: per prima cosa, estendere il più possibile il numero di casi studio, che sono alla base di tutte le considerazioni fatte fin ora. Attività resa ancor più difficoltosa dal fatto che molte microfactory non sanno di esserlo, cioè non sanno di aver implementato, in modo più o meno spontaneo, dinamiche progettuali e produttive originali.

Infine, una precisazione. Perché tanto interesse per queste realtà produttive? A chi, oltre agli addetti ai lavori, potrebbero interessare?
Permettetemi di esporre il mio personale punto di vista, con la speranza di raccoglierne tanti altri, strada facendo.
Chi vi scrive è un designer. Personalmente, vedo nell’evoluzione di questo modello di impresa l’occasione concreta di ripensare radicalmente alle modalità ed alle finalità di una disciplina – il design – in evidente affanno sulle radicali trasformazioni del nostro tempo.
Se da una parte il design ha stravinto sul fronte dell’estetica, dall’altra, è rimasto aggrappato ad un modello di produzione irrimediabilmente in declino, e che non rappresenta più un incentivo per intraprendere, oggi, questo percorso di studi. Anche perché è sempre più probabile che alla fine un designer si ritrovi “a fare altro”… ed è in questo contesto che l’autoproduzione diventa una prospettiva interessante e, forse, sempre più necessaria.

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