Camp

Dalla fabbrica alle fabbriche: una sintesi dal camp

Lo scorso venerdì si è tenuta al Mage un camp sul tema della trasformazione dei paradigmi produttivi, dal titolo “Dalla Fabbrica alle Fabbriche”, al quale sono stato invitato a raccontare la mia esperienza con le microfactory. Escludendo i circa dieci minuti trascorsi da relatore, per le restanti nove ore sono rimasto seduto a prendere appunti. Così, ho pensato di riportare qui alcune delle tematiche introdotte dai numerosi relatori, che si sono alternati durante i tre panel tematici distribuiti nel corso della giornata.

Ad aprire gli interventi del primo panel ci ha pensato Marco Ferrara che, attraverso una elegante citazione di W. Benjamin, ha inquadrato l’attuale cambiamento paradigmatico dei sistemi di produzione secondo una prospettiva storica senza la quale rischieremmo di non comprendere a fondo quanto sia radicato nella nostra società l’istinto di conservazione dello status quo.

“Il rivolgimento della sovrastruttura, che procede molto più lentamente di quello dell’infrastruttura, ha impiegato più di mezzo secolo per rendere evidente in tutti i campi della cultura il cambiamento delle condizioni di produzione.

W. Benjamin”

Anche Massimo Banzi parte dallo stesso punto, ma lo fa immaginando una ipotetica “lotta dura” condotta degli operai del “settore delle candele”, nei confronti della nascente industria elettrica ottocentesca. Attraverso questa metafora, ci ha introdotti alla “forza del cazzeggio”: una frase che basta e avanza per demolire e ricostruire, in un solo colpo, le aspettative di tutti i presenti in sala.
La decostruzione (delle infrastrutture mentali, delle sovrastrutture accademiche, della paura di giocarsi l’unica chance a disposizoine) è forse l’ingrediente segreto di una malta a presa rapida, che tiene insieme una folta ed eterogenea comunità di individui dediti al fare – e a imparare – solo per il piacere di farlo. Queste comunità sono forse guidate da quella forza del cazzeggio che rappresenta l’esatto contrario del ben più familiare e nostrano “se lo fai per fare, allora è meglio che non fai nulla” che, purtroppo, pare non riesca altrettanto ad entusiasmare gli animi.

Personalmente, alla slide “How do we teach bravery” ero già totalmente rapito dalla retorica sovversiva, e la mia metamorfosi – seduta stante – in un maker si è interrotta solo alla vista dell’ultima slide, in cui una scritta rossa su sfondo bianco con la parola “Milano”, seguita da un allusivo punto interrogativo, riportava tutti i presenti alla realtà. Del resto, una comunità di individui accomunati da specifici interessi ha bisogno di adeguati spazi in cui far prosperare le proprie pratiche: luoghi che, al momento, la città dalla quale vi scrivo (Milano), non possiede ancora.

Il colpo, insomma, era stato ben assestato. La sfida, non poteva che essere colta da Massimo Menichinelli che, attraverso la sua esperienza di studioso di dinamiche di auto-organizzazione e di progettista di Fab Lab, ci ricorda, fra le altre cose, che un laboratorio di fabbricazione è anche un business e, che non sempre questi laboratori vengono progettati per essere sostenibili.

Anche il settore moda – una terra sconosciuta da chi vi scrive – attraversa un periodo di crisi, con eccezione del fast-fashion – come sottolineato da Zoe Romano durante il suo intervento. Questa condizione di incertezza può, forse, rappresentare un male necessario, un’occasione autentica per la trasformazione – o la riprogettazione – delle normali prassi produttive, logore ed inefficaci.
Il progetto del telaio Jacquard open source, il progetto Zapatos e, naturalmente, Openwear di cui Zoe è co-fondatrice, sono solo alcuni casi citati durante il suo intervento. Quest’ultimo progetto è particolarmente interessante: Openwear punta a creare una comunità di “networked artisan” della moda, riuniti sotto un non-brand o, per meglio dire, un brand open source inclusivo (accessibile e utilizzabile da chiunque), facendo leva sulla reputation come strumento di controllo sulla qualità del prodotto. Se questa sintetica descrizione non vi soddisfa, com’è giusto che sia, vi consiglio di dare un’occhiata qui.

Un importante nodo è stato toccato da Bertram Niessen, moderatore del primo panel e relatore del secondo, con una domanda su quale fosse la relazione tra cultura DIY, indipendente per antonomasia, e le istituzioni pubbliche. Nonostante la ben nota impotenza del pubblico, le istituzioni svolgono comunque un importante ruolo di attivatore, ad esempio, mettendo a disposizione preziose risorse per supportare le fasi iniziali di progetti come il Mage.

La prima parte della giornata non ha risparmiato polemiche a nessuno. In particolar modo, ad uscirne piuttosto malconcio è stato proprio il design.
Durante il terzo e ultimo panel, mi sono inizialmente allineato con il fronte dei detrattori: “sembra che siano proprio i designer a non voler imparare, a non voler guardare criticamente alla realtà che li circonda”. Ma il senso generale del mio intervento era, in realtà, dichiaratamente schierato a favore. Del resto, dire che il design è in crisi è pura ipocrisia (basti guardare all’emorragia di nuovi master dai titoli talvolta autoreferenziali); piuttosto, soffre di una manifesta obsolescenza dei suoi operatori tradizionali, cioè i designer.
Ad ogni modo, durante il mio intervento ho provato a sintetizzare in poco più di dieci minuti un anno e più di ricerche e riflessioni sull’intreccio tra micro-realtà manifatturiera e fabbricazione avanzata. Ciò, guardando alla città come al naturale habitat per le future evoluzioni di questo modello (quelle che chiamo microfactory) e, al contempo, manifestando la necessità di iniziare a pensare, fin da subito, a quelli che saranno i nuovi luoghi della produzione, a chi saranno i nuovi attori e quali relazioni intrecceranno con il territorio. La speranza, alla base – l’avrete capita – è che ci saranno designer capaci di tradurre in progetto tutta questa complessità.

Dato che non è proprio possibile trovare un compromesso tra la molteplicità di tematiche e di spunti introdotti dai relatori dell’ultimo panel, con la necessità di concludere questo post (che doveva essere solo un sintetico riassunto), mi limiterò, mio malgrado, a riportare una sola riflessione: non possiamo guardare al ritorno della produzione di beni materiali nelle città, senza parlare di produzione e consumo culturale. Tema introdotto da Stefano Micelli e ripreso da Stefano Maffei, che individua nel sistema della distribuzione un settore da ripensare integralmente, al fine di avviare una radicale trasformazione della cultura del consumo – o, più in generale, quella che Sennett (e non solo lui) identifica come cultura materiale – capace di avviare il processo di trasformazione delle merci in beni. Lo stesso augurio che Deborah Lucchetti rivolge in chiusura a tutti i makers, designer, artigiani che si apprestano a mettere mani e idee in questo cambiamento.

E allora, tutti contenti di questo Camp? Forse tutti tranne uno: si chiama Fabrizio Saiv ed è un artigiano esperto nella lavorazione del legno. Ha fatto ritorno in Italia dopo un lungo periodo trascorso in Germania, e adesso è un inquilino del Mage. Al termine della giornata, si avvicina con fare discreto per sottoporre una domanda, se non avessimo avuto l’impressione che si fosse parlato troppo poco del Mage, di quello che rappresenta per chi ogni giorno vive e lavora al suo interno e, soprattutto, di quale potrebbe essere il suo futuro.

Prima di quel momento, credevo che in quelle nove ore si fosse almeno raggiunto ogni argomento possibile e immaginabile. Adesso, il mio dubbio è che ci siamo persi forse il racconto più bello. Mi piacerebbe moltissimo che nel prossimo camp ci sia soprattutto il Mage a raccontarsi.

Ci rivediamo a breve?

PS. Mi scuso sinceramente se in questo post c’è poco o nulla del secondo panel. Purtroppo però non ho potuto assistere, quindi mi scuso con i relatori che spero di avere il piacere di ascoltare quanto prima.

Grazie a Simone Boiocchi per le foto.

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